I figli della terra dei ciclopi - Adalgisa Biondi

I figli della terra dei ciclopi - Adalgisa Biondi

Collana: Viola del Pensiero
Pagine 60, euro 10,00
Formato: 15x21cm
ISBN 978-88-96840-31-3
Aprile 2014
Foto di copertina: Illumminato Fabio Fazio, per gentile concessione
Copertina: Elaborazione grafica di Massimo Mormile

Ristampa
Prima ristampa, Dicembre 2014
 

Da un breve estratto:
"Gli uomini passano, le idee restano,
Restano le loro tensioni morali che
continuano a camminare sulle
gambe di altri uomini".
(Giovanni Falcone)

Trama: prendendo le mosse da un’inchiesta sulla mafia che l’autrice ha condotto per il suo giornale “L’Attualità”, e che costituisce la prima, delle tre parti, del libro, Adalgisa Biondi vi ha costruito attorno un saggio che approfondisce le argomentazioni già presenti nell’inchiesta, aggiungendovi riflessioni di carattere sociologico, storico, e filosofico, non prive di domande e di locuzioni che servono a stimolare il lettore ad una successiva ed aggiuntiva discussione perché il ragionamento sulla mafia si arricchisca ulteriormente.

Ambiente: ovviamente la terra dei Ciclopi per antonomasia è la Sicilia.

Tempo: partendo dal passato, il saggio riguarda il punto sulla mafia odierno.

Personaggi: mafia e antimafia sono le due facce della medaglia che vengono analizzate nel saggio.

Temi: il tema e filo conduttore del saggio è l’analisi, da più punti di vista, di un fenomeno in continua trasformazione, e perciò di più difficile ed interpretazione ed estirpazione.

Stile: lo stile del saggio è essenzialmente giornalistico con una tendenza all’elegante letterario come un certo giornalismo non d’assalto ma di ponderazione deve essere, arricchito da citazioni di scrittori autorevoli ed esperti del fenomeno mafia, e di riflessioni di carattere storico e filosofico, oltre che giornalistico, sull’argomento, nonché di moderne ed ardite considerazioni personali.

Narrazione: la narrazione ha un suo costante equilibrio dovuto alla serietà dell’argomento che non lascia spazio a distrazioni espositive, a tratti però inframezzato da cenni mordaci che sfociano talvolta in una risata amara, e che cercano di alleggerire l’eventuale pesantezza dell’argomento in atto.

Passi scelti: “L’antimafia fa parte della nomenclatura della mafia, in quanto suo prodotto, ossia nata come reazione civile, e in alcuni casi anche politica, al fenomeno mafioso. Se quest’ultimo non fosse esistito, l’antimafia non avrebbe avuto motivo di nascere e di germogliare. Va precisato che di tutti i morti di mafia, intendiamo in questo caso tutti quelli che sono morti per averla in qualche modo osteggiata e combattuta, nessuno faceva parte dell’antimafia, nel senso che l’antimafia è più che altro una comunione di cittadini comuni, studenti, sindacalisti, giornalisti minori, piccoli amministratori, casalinghe, i quali si sono ritrovati a marciare ed a stendere lenzuoli bianchi sui balconi, per dire il proprio no alla mafia. Questo, secondo noi, è stato il fraintendimento di Leonardo Sciascia nel suo articolo “I professionisti dell’antimafia”, l’aver scambiato uomini delle Istituzioni, che se si fossero trovati in Calabria avrebbero dovuto combattere la ‘ndrangheta, in Campania la camorra, e in Lombardia la corruzione industriale e politica, e che quindi erano necessariamente “antimafiosi” per mestiere, dall’antimafia come fenomeno spontaneo di uomini e donne che lottano per liberare la loro terra e per dare un futuro roseo ai propri figli, e che da quell’articolo in poi hanno assunto su di sé la solitudine-sicilitudine sentendosi orfani del loro intellettuale di riferimento, e perciò deboli e indifesi”….
“Ma la mafia, anche nella sua passività, ossia nella descrizione che se ne dà di essa da parte degli storici, dei giornalisti, e degli studiosi del fenomeno in generale, è ugualmente camaleontica, nel senso che se ne dà una diversa storiografia in base al “momento” (termine mutuato dall’introduzione) storico nel quale questa descrizione sta avvenendo. Facciamo alcuni esempi: tutti i vessati dagli spagnoli hanno scritto che il malaffare in Sicilia fosse sorto in seguito ai soprusi di questi ultimi. Per i nemici dei Borboni la mafia è stata una loro invenzione. Questa tesi si scontra con quella dei nemici dei Savoia, per i quali la mafia sorge proprio in periodo sabaudo. Vi sono però anche i nemici della Repubblica, per i quali la mafia viene creata all’atto della costituzione dell’Italia repubblicana in risposta al malcontento generale.
Cosa si può sceverare da tutto ciò. Che la mafia, che in base al periodo storico che sta vivendo cambia i propri connotati non solo nelle fattezze che si presentano al pubblico ma anche nella ricostruzione storica del proprio privato, viaggia su un presupposto che è l’unica cosa che non cambia mai: che si tratti comunque di un prodotto importato. I siciliani, abilissimi in fatto di criminalità, usufruiscono copiosi di un qualcosa della quale sono anche vittime perché ne hanno subìto la creazione. È colpa degli altri se i siciliani se la ritrovano in casa. E quindi al di sopra della colpa della mafia, c’è la colpa di chi la mafia l’ha creata”….
“Torniamo indietro. Giuseppe Fava era un giornalista e uno scrittore siciliano, tra i più bravi e i più noti dell’isola. Non che fosse un uomo che desse umanamente fastidio, ma aveva un solo vizio: la ricerca della verità. Riteneva che di un fatto, un qualunque fatto, si dovessero fissare due punti, la descrizione dell’avvenimento così come si fosse presentato, e la ricerca delle reali motivazioni che avessero portato all’avvenimento. In poche parole, Giuseppe Fava insegnava ai giovani praticanti che un qualunque fatto ha una doppia verità: una verità di forma, che è il suo accadere, e una verità di sostanza, che è il perché del suo accadere. Ovviamente la verità di forma è quella la cui descrizione è semplice, (così come l’uccisione di un uomo di cui sopra), perché è la stessa che si mostra agli occhi dell’interlocutore, mentre è la verità di sostanza che è quella difficile da interpretare perché spesso vuole camuffarsi e quindi va ricercata per poi essere riconosciuta. Occorre, in poche parole, saper leggere dei segni che non vogliono farsi leggere. Giuseppe Fava era un fenomeno nel saper leggere questi segni. Era un suo talento, che molti giovani avrebbero voluto far proprio, ed ecco perché era così seguito e letto. Era praticamente un “maestro”. A questo punto non possiamo proseguire se prima non chiariamo che cosa intendiamo per “maestro”.
Il “maestro”, non è semplicemente colui che insegna delle cose ad un uditorio che non le sa ma che vuole apprenderle. Per dirla con Totò, che con ironia ma con grande intelligenza ha spiegato questo concetto in un suo film, si tratta in questo caso del “signor maestro”, ossia di un individuo che insegna delle cose che nelle stesso momento possono essere insegnate da altri individui ad altri uditori. “Maestro” è invece colui che fa e che insegna delle cose che soltanto lui può fare e insegnare, perché sa vedere al di là delle stesse, le sa vedere nella loro realtà “altra”, realtà che sovente si nasconde agli occhi della normalità”...

Commento: questo saggio, che contiene tanti argomenti e tanti spunti per eventuali nuove argomentazioni, e che per scelta ben precisa è rimasto contenuto nel numero di pagine per evitare di passare dal potenzialmente interessante al prolisso, ha una sua modesta ma determinata ambizione: vuole essere qualcosa di innovativo nel panorama di questo tipo di studio sulla mafia. La mafia c’è e va tampinata, per questo parlarne è sempre meglio che tacerne, però Giovanni Falcone ci ha insegnato a viverla con lucidità e non con sofferenza. Soltanto così si eviterà di sfociare nella dimensione mitica, che fa bene alla mafia e male ai siciliani, e si potrà avviare un cammino al quale, anche i mafiosi, dovranno partecipare. Tutti i siciliani dovranno guardarsi dentro, anche i mafiosi, perché sono siciliani anch’essi, e insieme decidere se continuare a parlare di morte, oppure finalmente ad affrontare un discorso sulla vita per poterla poi vivere. Questo saggio vuole essere questo punto di partenza: si può essere siciliani, e sentirsi orgogliosi d’esserlo, anche diventando persone “normali”, abbandonando quel tempo dei miti, dove tutto doveva essere trasformato in tragedia o in atto eroico per essere credibile, ed entrando finalmente nel post-moderno.

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