Il freddo rumore - Nicola Rampin

Il freddo rumore - Nicola Rampin

Collana: Gelsomino
Pagine 92, euro 10,00
ISBN 978-88-96840-03-0
Dicembre 2010
Prefazione di Monia Mariani

Ristampa
Prima ristampa, Gennaio 2011
Seconda ristampa, Novembre 2015
Terza ristampa, Dicembre 2015
Quarta ristampa, Marzo 2016
 

Il freddo rumore è un racconto inconsueto. Intenso, irriverente pur nella sua velata semplicità. Può spiazzare, un po’ il lettore inesperto: bisogna leggerlo attentamente per farsi un'idea di tutto e comprenderlo appieno. Racconto di strada, perché nella strada nasce e muore. E' un racconto poetico - filosofico, ricco di timbri ’forti’, di tinte ‘multiformi’ e ‘ipocondriache’. Di voci e segretezze. E' idealmente, il viaggio-racconto di un dolore: quello di vivere che l’autore percorre, magistralmente, adagio come un melodramma, attraverso i ragionamenti e le supposizioni della giovane protagonista. Un racconto, a prima vista, senza un apparente filo logico. Una voce interiore che parla, quella di un dolore abissale, fatto di creta a volte o, solido come un marmo, altre. E’ il dolore nell’anima della protagonista (di cui non sappiamo con certezza nemmeno il nome, ma sappiamo che non ha nemmeno trent’anni) che scrive, che urla attraverso il nero inchiostro come il pozzo fondo in cui si trova a galleggiare. Un dolore che si esprime attraverso la Poesia che, a tratti, pura come magma incandescente sembra squarci il tempo.
Un'esistenza dissoluta: l’abbandono di sé, il dramma della nascita “la vita è un enorme insonnia”, l’incapacità di gestire quella vita ingombrante che la protagonista si è trovata addosso nel vuoto ancora più spaventoso delle droghe. Il freddo rumore è un’altalena di legno sospesa tra infiniti simmetrici, una vertigine tra luce e buio; il buio della fine, di una morte ‘agognata’ e mai cercata fino in fondo. Il suicidio pensato come scappatoia che però non prende forma. Perché nella mente di Laura (chiameremo cosi la protagonista) la vera scappatoia non c’è di fronte ai suoi occhi annebbiati senza meta. Se l’unica certezza sta in noi stessi, Laura, quella certezza, più non la ri-trova. Se non in un concetto, in un ideale più forte della fine e del nulla.
Nuota e riemerge dagli abissi un concetto che si chiama: Amore. Cancellato dalla morte, ma non annientato. In quel maledetto e maleodorante ‘Palazzo di Padova’ l’amore è avvinghiato agli occhi castano-verde e nei timidi riflessi d’oro di un ciuffo di capelli e di un nome: Antonio. Un amore che divora e trafigge, ma che brilla più del sole accecante dell’estate. Perché Laura ama l’estate “il caldo appiccicoso addosso” sulla pelle, mentre odia il freddo e il vuoto l’inverno, che ha le sembianze di un’ombra maledetta, come quella che porta dentro di sé.
Laura vede e vive la droga come uno strumento di condanna, qualcosa per esorcizzare quel brandello di vita che le rimane addosso nei sogni oppure alla luce fioca dell’alba che, a volte, non intravede. C’è poi: Manuela: l’amica, la compagna di stanza trovata cadavere in una canaletta dentro un misero sacco di plastica nera; e, poi, c’è Mirko. La sua violenza verbale e fisica, la sua fisicità morbosa ed egoista.
Il racconto prende, a volte, le sembianze di una fantasticheria o di un incubo vestito da sogno triste. Un diario-racconto senz’ordine, quasi illogico nella sua logicità fisica che, a giorni alterni, tratteggia l’umore, a volte nero, a volte grigio di Laura. Su tutto: visione e filosofia. E poi la Poesia: pura, accecante, lancinante e libera. Infinita poesia dell’anima “nella landa desolata delle idee e dei pensieri” in un “folle gioco in cui il mio corpo si fa vuoto e da vuoto si fa pieno”. Laura è incatenata al tormento della vita “nella mia tela di zucchero filato faccio l’amore con essa” fino a che non cala di nuovo l’oscurità e il silenzio che uccidono dentro l’atomo della speranza. Se la vita è “un grande completo inganno”, se la vita resta una grande fregatura, persiste nell’animo quest’inquietudine come un’enorme insonnia “ma la vita stessa è impossibilità di riposare”, senza mai tregua. Scivola nell’animo fragile l’angoscia ossessiva e le visioni alterate “sento il bisogno di gridare” e “scompaio nella mia dolce invisibilità”; ma in tutto questo buio edulcorato dalle visioni, dall’angoscia o dalla follia “un profilo brilla … come una pianta di rosa nera vellutata che perpetua cresce dentro il profondo del mio cuore”. Antonio! Un ricordo di un viso e di un corpo, sprofondato in un ricordo ancora più atroce “ora mi sento trasportata verso una morte senza ritorno, ora sento in me qualcosa di secco e di cattivo, una delicata punta di orrore, nei confronti miei”. Un orrore di chi non riesce a dimenticare e a perdonare ciò che è. Filosofia acerba contro la civiltà dannata, l’ozio, l’opulenza e i meccanismi sconosciuti e crudeli della vita. “Gli uomini come bottiglie di vetro lungo mastri mobili da riempire”. E su tutto “il male chimico di una spostata: IO!”.
Prosegue il racconto, altalenante, tra poesia, durezza, crudeltà, odio e rabbia di non riuscire a riprendersi la propria vita risucchiata dentro la droga e il vuoto che sembra, a tratti, offra in dono. Solo, in realtà, come quiete apparente dall’apatia spirituale e cosmica. “Tutto annega in un’incertezza un pò poetica e solo il cielo è ora testimone di questa infinita tristezza e ora il mio più grande desiderio è possedere la morte”. Laura fa repentinamente scivolare, giorno dopo giorno, la sua mano sulla carta e il racconto diventa la liberazione per esprimere quel senso di separatezza “riflesso della mia diversità”. L’immagine dell’acqua che per Laura purifica “liquido fumante … pareti bianco latte ipnotico, pacifico galleggiare … fluidifica i pensieri”, e poi ci sono i sogni che nella notte la possiedono, la plasmano e la reinventano. Nel buio i pensieri scivolano di nuovo nel passato (Emanuela e Antonio), e poi soffia sulle cose terrene l’immagine evocativa del vento che ‘fischia, accelera, precipita’ come un masso, come l’animo di pietra della giovane donna. Ci vuole coraggio per suicidarsi ma forse ci vuole più coraggio per affrontare la vita. Equilibrio e distorsione “l’in-sanità è un piacere che vorrei controllare” ma la lotta è aspra “sono ormai una persona che non spera”. E ancora vivere ossessivamente nelle dimensioni parallele. Ogni notte è un tormento sempre nuovo: nel buio folle degli incubi, nella calda fiaba delle chimere e nel galleggiare dentro l’energia della vita ormai non-vita. Laura è (e non è) di nuovo fluido nel passato, a constatare la mollezza del tempo, l’oscillare perpetuo di luce e oscurità ma, ogni volta, con la consapevolezza che “verso questa morte che, un giorno sarà certamente anche la mia, sarò da sempre trasportata senza ritorno”.
La mente di Laura è fluida come magma rovente: e poi frammenti di poesia come quel magma prepotente, selvaggio e crudele. “La luna si è di nuovo appena levata, si è oziosi, sfaccendati e un po’ vuoti, qui ora piovono cristalli leggeri, dispersi da vento soffice mentre il tempo mi divora lentamente”. Tossicomane, alcolizzata, bulimica, scrittrice inappagata, autrice di furti e rapine, vegetariana e psicopatica che però, stranamente, non ama la solitudine. Laura si definisce tutto questo “io superba e presuntuosa qui (relegata nella casa a disintossicarsi dalle droghe e dagli incubi) imparo a diventare ciò che sono”. Nonostante tutto, nonostante tutti. Ma se, a prima vista, manca la fermezza, la consistenza, l’accordo; se ogni pagina scorre e sembra non riguardi mai la stessa persona; se si trovano tante ‘Laura’ in una sola: è lei, Laura, a disporre tutte le cose nell’ordine che solo lei vuole: capricciosamente. Scorrono lente, pigre le pagine della sua mente. Alla fine, si trova invece un ordine, un incasellarsi tra le pieghe del dolore solcate dal quel nero e denso inchiostro. Forse c’è una redenzione: l’Amore?! “Ancora amo l’amore anche quando mi devasta”. Una poesia di dolore senza, apparentemente, una decorosa liberazione, se non nell’ultimo trapasso che ri-conduce all’eternità di quell’amore mai, però, placato.
 
Sansepolcro, 11 maggio 2010
 
Monia Mariani
 

“Voglio che mi porti dove le regole sono una, quella che non ce n’è; voglio che mi porti laggiù, dove nessun regolatore regola regole”
 
Un racconto intenso che può spiazzare il lettore. Laura è una tossicodipendente, entrata controvoglia in una comunità di recupero in seguito a una overdose che le ha fatto rischiare la vita. Mentre affronta giornate per lei monotone, confusa e arrabbiata ma costretta a restare lucida, senza potersi rifugiare nella ‘dose’ o nel ‘buco’ che le hanno permesso a lungo di nascondere le difficoltà, Laura usa le sue doti di scrittrice per confidare a un diario alcuni episodi della sua vita. Una successione di episodi di amore e degrado, vissuti come in un dormiveglia. Laura racconta i tormenti per amori trovati e persi nel modo peggiore: Antonio e Manuela le sono entrati nell’anima, ma la morte ha interrotto quei legami, lasciando solo siringhe, sporcizia, buio. Vittima della droga, Laura è anche vittima della vita, perché continua ad aspettare un cambiamento. Tra pensieri confusi e opachi, la stanchezza di questa creatura è data dalla lotta contro il male terribile rappresentato dalla droga, un’altalena costante tra amore e odio, sedotta dalla Morte, la protagonista gioca con lei, con la solitudine; svuotata del presente, vive nel ricordo del passato. Una narrazione serrata, che catapulta il lettore in un mondo buio e pieno di sofferenza. Un racconto “forte”.
 
Letizia Bilella
SETTIMANALE “GRANDANGOLO” AGRIGENTO
14 MARZO 2014
 

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