Immagini spezzate - Claudio Rampin

Immagini spezzate - Claudio Rampin

Collana Frangipani
Pagine 100, euro 10,00
ISBN 978-88-96840-26-9
Settembre 2014
Nota di Massimo Mormile

Ristampa
Prima ristampa, Settembre 2015
 

Quasi quasi sto imparando da Claudio: non dico chi sono, bensì chi non sono! Non sono un letterato ne tantomeno un intellettuale, ma ho accolto con piacere la richiesta di Claudio Rampin di scrivere qualche riga sulla sua ultima opera che ha deciso di rendere pubblica. Per le ragioni premesse, non userò lo stile adottato solitamente dai recensori professionisti perché non lo riconosco come mio e nemmeno come autentico. Scriverò ciò che il cuore mi suggerisce… Ho già urtato la suscettibilità di qualcuno? Pazienza, sapevo che lo avrei fatto. Speriamo che Claudio non ne abbia a male.
Dal mio punto di vista, privilegiato, non riesco a considerare le poesie di Claudio in modo disgiunto dal suo modo di relazionarsi con il prossimo. Lo conosco fin dai primi anni Ottanta e mai, in quel periodo, mi sarei aspettato che si dedicasse con tanta passione alla scrittura, addirittura alla scrittura in versi. Immagini stereotipate e profondamente distorte dividono le persone in rigide categorie: di qua o di là! Ho conosciuto Claudio come motociclista, motociclista autentico in quanto io e gli altri amici appassionati di moto avevamo dei “ronzini” da fuoristrada mentre lui cavalcava già una classica Moto Guzzi stradale con la quale macinava un discreto numero di chilometri. Poteva un simile personaggio mettersi a scrivere poesie? L’ha fatto. In un momento di grandi cambiamenti per la sua vita, l’ha fatto! Ha venduto la moto, certamente per altre ragioni, sicuramente provando un grande dolore e, forse contemporaneamente, forse clandestinamente, ha iniziato a scrivere.
Però, ricordando il tempo trascorso assieme, mi vengono in mente alcuni segni rivelatori… Capitava a volte che si separava dal gruppo con la sua fotocamera e solo dopo aver visto il rullino sviluppato, qualche giorno dopo, io e gli altri amici scoprivamo cosa aveva fatto e dove era andato: con tutta calma, si era estraniato da tutto il resto per rincorrere un’idea, un’intuizione da trasformare in immagine. A differenza di oggi ed a causa di una tecnologia analogica, nessuno di noi pur se appassionato a vario livello di fotografia, poteva permettersi il lusso di portare a casa più di trentasei scatti in una giornata, pertanto la composizione di una sola di esse richiedeva certamente più tempo, molta concentrazione e idee chiare. Bisognava insomma guardare l’immagine e poi farla vedere alla fotocamera.
Questa capacità di osservare le cose, le stesse che erano sotto al mio naso, le stesse che avrei potuto fotografare anch’io che avevo una fotocamera del tutto uguale alla sua, rivelava già allora uno spirito analitico, una fantasia vivace e la capacità di isolarsi dal mondo per immergersi in uno differente e parallelo. Un mondo diverso, dove i tempi sono dilatati, i rumori ovattati e dove ci si può permettere di riflettere.
Gli occhi di Claudio sono uguali ai nostri ma, come quelli di un uccello notturno riescono a cogliere dettagli ed attimi anche nel buio, dove gli uomini poco attenti rischiano di sbattere.
E lo stesso avviene per la scrittura. A volte proviamo sensazioni che ci sorprendono, alle quali siamo impreparati, disorientati. Sensazioni estremamente difficili da raccontare, da spiegare, da regalare, da condividere. Ed allora le parole scritte, con tutta calma in solitudine, diventano un codice, uno strumento essenziale per comunicarle e per stabilire un contatto. Parole senza filtro: “…/ma il bello di scrivere / sta proprio nel non dover parlare”.
A volte, nei versi di Claudio, trovo qualcosa di geniale, un senso di sintesi che è proprio dei più grandi, o meglio, dei più sensibili e riflessivi. Mi ricordano la capacità espressiva di alcuni modi di dire propri di alcune lingue straniere: intraducibili, sono così efficaci, così belli… Bingo: “… / La penna rimane carica / …”, oppure Vento: “fa giravolta agli ombrelli”.
Un comune denominatore raccoglie un fondo di tristezza e di dolore, espresso quasi inconsapevolmente da tanti dei termini che Claudio preleva dalla sua tavolozza: a partire dal titolo di questa sua ultima opera, che contiene l’aggettivo “spezzate”, poi vocaboli quali solitudine, strappo, sprofondare, calvario, indifferenza, lacerazioni, macerie. Mi fermo qui.
Immagini spezzate: “Il cammino di un cuore sotto la pioggia”, un cammino iniziato chissà quando, rivelato sul finire degli anni Novanta, ripercorso oggi, e mai interrotto. Un cammino che forse non terminerà mai.
Dedicato”… un tema che ritorna con frequenza assillante nell’opera di Claudio: il pensiero va a persone scomparse, troppe di esse prematuramente, che hanno lasciato un segno nella sua vita tanto da dovergli dedicare dei versi. Chissà quanti di questi versi, espressione di una autentica sofferenza, giacciono in questo momento in un cassetto, in attesa del “momento giusto…” che forse non verrà mai.
Ha una parola per tutti Claudio, per amici e amiche che ora se ne sono andati, ma anche per personaggi pubblici molto lontani dalla nostra vita. E li tratta tutti alla stessa maniera. In particolar modo, per alcuni di essi, mi riferisco a Marylin, a Diana, non gli è proprio andata giù come sia finita. E quando ricorre un anniversario dalla scomparsa, ci ritorna sopra…
Al numeratore di questa formula, le donne, anzi, la donna. Il tempo. La solitudine. Incidenti di percorso: “Maschio disoccupato / dagli impegni di cuore, / vaga, fantasticando”. Solo: “Ammazzo il tempo / Mentre m’accompagna”.
Non credo di potermi arrogare il diritto di analizzare pubblicamente questi passi molto, ma molto personali che nascono dall’intimo. Ho pescato, non proprio a caso dalle pagine di questo libro e lascio a ciascun lettore le proprie riflessioni.
Una cosa però la voglio scrivere: questa sintesi mi ricorda quando Claudio partiva per fare le sue fotografie. E a chi gli chiedeva – Ma cosa vai a fotografare? – lui con un sorriso, e con la trasparente ingenua ironia che lo contraddistingue ancora oggi, rispondeva: – ehhh… – oppure – soggetti vari! – Io e pochi altri sappiamo cosa vuol dire e cosa c’è di sottinteso. Lo diceva in modo spiritoso, spensierato, con la leggerezza di chi sta facendo cose di poco conto, anche se nel profondo non era così. Lo diceva con quella sua parlata, le cui inflessioni rivelano le sue origini. Si appartava, per cercare di trasformare un’idea, un’intuizione in qualcosa da comunicare, ma non con le sue parole, quasi demandando ad un’immagine ieri, come a dei versi oggi, la soverchia fatica di esprimere il suo pensiero più intimo. E’ opportuno fare parlare qualcun altro, ma non per nascondersi, sia ben inteso, piuttosto nella speranza di essere più efficace e forse più credibile… Speranza che a mio parere si è concretizzata in splendida realtà.
Si ritrova spesso contro corrente Claudio, quasi a sottolineare che niente accade per caso e che c’è sempre un perché, c’è sempre un disperato desiderio di esprimere la propria autenticità, la propria complicata semplicità ed il proprio autentico amore.
Ho scritto che “gli occhi di Claudio sono uguali ai nostri” ma forse non è vero. Guardando un suo ritratto che gli ho scattato qualche mese fa, non ho potuto fare a meno di notare che l’età avanza anche per lui, i capelli sono diventati bianchi... ma gli occhi, quelli no, secondo me sono ringiovaniti: il loro colore azzurro ricorda quello degli occhi di un bambino e proprio per questo voglio credere che abbiano conservato intatta l’ingenua trasparenza ed il distacco nel guardare le cose, propri degli anni della nostra infanzia.
Troppo presto si è caricato di responsabilità, è diventato grande troppo presto e spesso crescere costa fatica e dolore. Se si vogliono comprendere le poesie di Claudio Rampin bisogna avere tempo, bisogna metterci tempo, bisogna dedicarci tempo, bisogna rifletterci e rileggerle, lentamente, in silenzio. E sicuramente si finisce per trovare qualcosa anche di noi stessi.
Ti ringrazio Claudio, per avermi concesso il privilegio di raccontare un poco di te.
 
Massimo

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