La meraviglia è nemica della prudenza - Fausta Genziana Le Piane

La meraviglia è nemica della prudenza - Fausta Genziana Le Piane

Collana: Viola del pensiero
Pagine 88, euro 11,50
ISBN 978-88-96840-15-3

Preazione di Paolo Ruffilli
Postfazione di Plinio Perilli

Titolo esauritoTitolo fuori catalogo

Quando qualche tempo fa regalai a Fausta Genziana Le Piane “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza: non avrei mai potuto immaginare gli effetti che il mio gesto avrebbe provocato. Goliarda Sapienza era una scrittrice ancora poco nota al grande pubblico italiano. Sono stati gli Inglesi, i Tedeschi e i Francesi a scoprirla prima di noi e a far sì che anche in Italia se ne parlasse. Ma Fausta non ebbe bisogno di leggere che anche ad altri piaceva e interessava la scrittrice catanese deceduta già da alcuni anni, seppe capirne fino in fondo la valenza e se ne innamorò immediatamente di suo.
Ecco allora che anche lei desidera condividere la gioia della scoperta e farne partecipi quanti più lettori è possibile. Nasce così il prezioso gioiellino “La meraviglia è nemica della prudenza” edito da “Edizioni EventualMente®”, Comiso – 2012. Su Goliarda Sapienza, via via riconosciuta sempre più concordemente come autrice di un autentico capolavoro, si stanno moltiplicando gli scritti. Ma ciò non scoraggia Fausta: “Da molto tempo cercavo un incontro con una donna di cui scrivere, intelligente, forte, anticonformista dalle parole limpide e potenti: ho trovato Goliarda Sapienza, del sud come me. E’ stato un colpo di fulmine ed una vera rivelazione...”
Io trovo che l’incontro ideale di Fausta con Goliarda abbia i caratteri dell’evento importante. E’ difficile e non sempre trasparente il messaggio di Goliarda nel suo romanzo principale “L’arte della gioia”. Non è detto che ogni aspetto di quello scritto possa prestarsi ad interpretazioni univoche, ma Fausta rinuncia alla prudenza e mette in gioco tutta la meraviglia che le ha generato quella lettura. E non perché entrambe donne del sud, dico io, sud che secondo me c’entra, sì, ma marginalmente, considerando i comportamenti fuori dall’ordinario di Modesta, protagonista del romanzo... ma per un certo tipo di affinità elettiva, per la condivisione di un carattere forte e ribelle, per il rifiuto della banalità, per una sensibilità particolarissima, tutta femminile, pur nella ribellione al tradizionale ruolo della donna. Il romanzo “L’arte della gioia” che Sergio Sciacca definisce una “epopea della vittoria femminile” ci rivela infatti una Goliarda molto vicina ad una tematica cara da sempre alla nostra Fausta Le Piane.
Fausta, poetessa raffinata, coglie la natura insolita della scrittrice catanese vissuta anche a Roma e, a lungo, a Gaeta, e cerca di aiutare il lettore fornendo comode, ma importanti piste di lettura. Non solo l’arte della gioia, quindi, ma anche l’arte della finzione, l’arte di studiare le parole, l’arte di viaggiare, l’arte di rinascere. Ed ecco l’insistenza sulla metafora dei capelli, visti come realtà molto intima, sensuale, oltre che punto di contatto col mondo, manifestazione del destino, forza vitale. Direi che il contatto ideale fra Fausta, poetessa calabro/romana e Goliarda, scrittrice siculo/romana, attraverso la metafora dei capelli diventa intensissimo, coinvolgente, quasi fisico.
La natura di un’autrice come la Sapienza è estremamente variegata e ricca di importanti pieghe e sfumature. Fausta tenta di cogliere, riuscendoci, quelle che maggiormente somigliano a lei stessa; ma poi, per allargare il metro di giudizio, utilizza nel piccolo saggio (che lei però non vuole definire tale) l’aiuto di altre persone in grado di capirne la grandezza e, alcune, che l’avevano conosciuta personalmente: Beppe Costa, Alberto Vaudo, Ruggiero di Lollo, Plinio Perilli e Paolo Ruffilli.

Tommaso Maria Patti

 

Ho conosciuto Goliarda Sapienza negli anni Settanta come poetessa. Delle sue poesie mi aveva parlato con entusiasmo Attilio Bertolucci. Anche se lei si sentiva votata soprattutto alla narrazione. Ma Goliarda aveva una naturale disposizione alla scrittura lirica indipendentemente dal fatto che si trattasse di poesia, anzi di più proprio nella sua prosa. Pensava che scrivere fosse il modo per rubare le parole al vuoto, sottrarle all'indistinto e impronunciato... e ogni parola per lei aveva un valore assoluto, proprio come in poesia.
La simpatia fu reciproca, nell'occasione degli argomenti di cui continuammo a parlare tra un caffè e l'altro (io), tra una sigaretta e l'altra (lei). Non avevamo in comune soltanto il piacere della parola, considerata come entità "sacra": la parola che salva, la parola che uccide, la parola che illumina, la parola che spegne, la parola che fonde e salda, la parola che divide e allontana. Scoprimmo di avere in comune un interesse particolare per le donne, intese come universi sconosciuti, territori da esplorare e scoprire, veri unici poli di attrazione e fari nella notte dei tempi e dei mondi. E scoprimmo di avere in comune un interesse trainante per il carcere e i carcerati, per il mistero della prigionia (avendo lei fatto un'esperienza carceraria).
Avevamo in comune, io e Goliarda, anche un'altra cosa: la convinzione profonda di non piegarsi alle pretese degli editori che ti chiedono sempre di ridurre e mortificare quello che scrivi per farne un "raccontino commerciale", piegandoti alla superficialità, alle notazioni sommarie e generiche, alle finte atmosfere, al già letto e sentito... solo per vendere qualche copia in più. Sì, la pensavamo allo stesso modo sui nostri editori miopi e incompetenti, ostili alla letteratura di qualità in nome di una scrittura dozzinale, giornalistica, inconsistente. E del resto, allora come oggi, le nostre case editrici pubblicavano e pubblicano quasi esclusivamente letteratura di serie B e C. Quel po' di serie A viene dall'estero, in traduzione.
E, non a caso, dall'estero è venuto - purtroppo postuno - il riconoscimento della qualità somma della scrittura di Goliarda, dai tedeschi (gli unici, ancora oggi in Europa insieme con gli inglesi, a cercare e promuovere la letteratura più significativa) e, di rimbalzo, dai francesi.
L'arte della gioia è uno dei libri capitali della grande letteratura non solo italiana ma europea del Novecento, un unicum sia pure dentro l'eccezionale palestra stilistica dell'opera di Goliarda: uno di quei capolavori (come La recherche, L'uomo senza qualità, Il fu Mattia Pascal, La coscienza di Zeno, Gita al faro, Il gattopardo, Menzogna e sortilegio, Il mare non bagna più Napoli...), in cui la parola che esonda trascina lo scrittore e il suo racconto dentro il labirinto della vita ad altezze straordinarie.
Il mondo di Goliarda è complesso eppure semplicissimo e, per orientarsi dentro i suoi molteplici percorsi - vorticosi da togliere il respiro -, un saggio come questo di Fausta Genziana Le Piane è molto utile.

Paolo Ruffilli


L’artista della gioia
 
Carissima Fausta Genziana,
 
ho appena finito di leggere, in bozze, il tuo piccolo ma prezioso, intensissimo libro su Goliarda Sapienza – e soprattutto sul suo controverso, negli anni osteggiato, evitato, diniegato, ma oramai per fortuna acclarato, celebrato capolavoro: il lungo romanzo L’arte della gioia (finalmente uscito, dopo lunghe traversie editoriali, da Einaudi, nel 2008). Non capita spesso, in letteratura, d’imbattersi in un’opera che davvero ti prende e ti scombussola, ti riesamina essa stessa, e non ti giudica ma comunque ti assolve, ti condanna a cercarti e capirti meglio, nell’anima e nelle cose...
 
«… Gaia non era pazza, né lo era stata mai. ormai cominciavo a conoscere la belva-uomo e sapevo che a noi appare pazzia ogni volontà negli altri a noi contraria, e ragionevolezza quello che ci è favorevole e ci lascia comodi nel nostro modo di pensare. Non era pazzia. Aveva deciso di morire trascinandoci tutti con lei. E con quale polso aveva deciso! Tremai davanti alla volontà dell’altro, che ancora una volta si scatenava davanti ai miei occhi, ma non più con smarrimento. E poiché anch’io avevo una mia volontà, o piano, o decisione, come volete, che agli altri avrebbe potuto sembrare pazzia, l’avrei fatta agire, questa pazzia, con lo stesso polso fermo di quella grande vecchia che ammiravo. L’ammiravo, ma doveva morire. Come? C’era tempo. Sia Beatrice che io non avevamo che diciotto anni. Bisognava avere pazienza e assecondarla senza metterla in sospetto. L’occasione sarebbe venuta. …» (L’arte della gioia, op. cit. p. 113)
 
C’è una mitologia, nella vita e della vita di Goliarda, che non so proprio se le abbia fatto bene… Quella dell’anarcoide, della libertaria – fra genio e sregolatezza, sublime egualmente in nefandezze e poesia, ribellioni e consuetudini; pasionaria coraggiosa e macerata, fascinosa quanto inattendibile… Un ossimoro vivente, insomma – e come sancisce un altro suo libro importante, Le certezze del dubbio, “un libro vero, necessario vitale,” – com’erano del resto tutti i suoi, e come sottolineava l’amica e grande giornalista, femminista storica, anzi addirittura epocale, Adele Cambria – “attraversato da quella furibonda allegria che accomuna – reali o inventate che siano – le più trasgressive ed originali figure di donne.” Leggo un articolo di qualche anno fa della brava e attenta Cristina Taglietti (Goliarda Sapienza, dall’oblio a icona gauche (Sperimentò il carcere e la povertà. Ora la sua opera è paragonata al “Gattopardo”; cfr. “Corriere della Sera”, 22 giugno 2006):
 
«… D’altro canto tutta l’esistenza fuori dall’ordinario di Goliarda, compresi due tentativi di suicidio, l’elettroshock, la cura psicanalitica, è fortemente intessuta con la sua opera. La scrittrice nacque nel 1924 dalla “libera unione” tra Giuseppe Sapienza, avvocato antifascista che non la mandò neppure a scuola perché non sopportava di vederla in divisa da piccola italiana, e Maria Giudice, sindacalista, prima donna a diventare segretaria della camera del lavoro di Torino nel 1917, direttrice del “Grido del popolo” di cui era redattore Antonio Gramsci, incarcerata insieme a Terracini per la rivolta nel 1917 contro la guerra. Entrambi vedovi, unirono le due famiglie (lei aveva sette figli, lui altri tre) e insieme ebbero Goliarda, nata quando la madre aveva già cinquant’anni. Goliarda ebbe un’educazione anarcoide e atea, a sedici anni studiò recitazione all’Accademia d’arte drammatica di Roma, fu un’apprezzata attrice di ruoli pirandelliani, lavorò con registi come Luchino Visconti e Alessandro Blasetti, ma abbandonò le scene, rapita da una febbre per la letteratura che le diede soprattutto grandi delusioni. …»
 
Eppure tanta disperazione assorbe e protegge al contempo una ineguagliabile sapienza del corpo – continuamente rispettato, ascoltato, auscultato, in fibra e luce delle pagine più belle dei suoi romanzi. L’arte della gioia eccelle, hai ragione, nel rendere soprattutto il corpo padrone di se stesso…
 
«… Poche bracciate e già la mano accarezza la barba del Profeta: lunghi boccoli pettinati dalle onde dove sciami di pesci slittano nel silenzio verde delle alghe. Fra la barba e la fronte ci si può sdraiare senza che il grande occhio cavo del gigante abbia un sussulto, preso com’è da milioni d’anni a sorvegliare il mare. Quando Modesta non sapeva nuotare la distanza di quello sguardo la faceva tremare di speranza e timore. Ora solo una pace profonda invade il suo corpo maturo a ogni emozione della pelle, delle vene, delle giunture. Corpo padrone di se stesso, reso sapiente dall’intelligenza della carne. Intelligenza profonda della materia… del tatto, dello sguardo, del palato. …»
(L’arte della gioia, op. cit., p. 482)
 
E la Sicilia resta e diventa come un’entità magica e insieme una fisicità arcaica, o meglio archetipica, connaturata al suo stesso inconscio atavico, arcano ancestrale…
 
«… Riversa sullo scoglio, Modesta osserva come i suoi sensi maturati possano contenere senza fragili paure d’infanzia tutto l’azzurro, il vento, la distanza. Stupita, scopre il significato dell’arte che il suo corpo s’è conquistato in quel lungo, breve tragitto dei suoi cinquant’anni. È come una seconda giovinezza con in più la coscienza precisa d’essere giovani, la coscienza del come godere, toccare, guardare. Cinquant’anni, età d’oro di scoperte, cinquant’anni, età felice ingiustamente calunniata dall’anagrafe e dai poeti. …»
(L’arte della gioia, op. cit., pp. 482-483)

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Formalmente, stilisticamente – sì, il libro meriterebbe forse analisi più accurate. Per questo hai avuto ragione anche tu a voler intervenire, fare la tua parte di lettrice innamoratasi, e analista paziente, devota, di cotanta delizia e dovizia narrativa (ma anche emotiva, psicologica, storico-epocale)… A parte il bellissimo saggio di Domenico Scarpa in postfazione a L’arte della gioia, e gli amorevoli, puntuali referti storico-biografici del suo ultimo marito Angelo Pellegrino, questa grande inopinato romanzo è stato fatto oggetto solo di intuizioni lampeggianti (il placet di un grande critico, ad esempio, come Cesare Garboli) o meri, centoni giornalistici, amplificatori e retaggio di diversità e sensazionalismo…
Si cercava e si voleva – si preferiva – circoscrivere il talento di Goliarda Sapienza agli enigmi, ai fraintendimenti e alla romanzeria andante del vero e proprio caso Goliarda Sapienza, rifarsi magari alle sue vicissitudini tra coniugio privato, cronaca nera e gazzetta mondana – e non viceversa a conclamare, a risarcire, viceversa, il memorabile, cocciuto tormento creativo e le gemmazioni ammirevoli della grande scrittrice… Ma tu, Fausta, è proprio su questo che fai leva, che ripari al maltolto, e concedi munifica requie a tante sue pagine, umbratili o abbacinate, tutte comunque impennate in struggenza, sacramentate di laica missione da aeda, per se stessa e per gli altri. Vedi l’altro importante capitolo sull’ARTE DI STUDIARE LE PAROLE:
 
«… Modesta sa che “la donna non può arrivare mai alla sapienza dell’uomo” (p. 20), ma anche che “con l’aiuto del sapere la donna presto si libererà di tante condanne che la natura e i padroni le hanno buttato addosso” (p. 210) e, lasciata alle spalle la fanciullezza, conclusa la parentesi del convento, impara la triste esperienza dell’abbandono da parte di Carmine che segue i figli ritornati, capisce che deve “studiare le parole” sulle quali letteralmente si accanisce.
Il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che continuano a rivestire. “Mentiva la parola amore, esattamente come la parola morte. Mentivano molte parole, mentivano quasi tutte. Ecco che cosa dovevo fare: studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli animali… E poi, ripulirle dalla muffa, liberarle dalle incrostazioni di secoli di tradizione, inventarne delle nuove, e soprattutto scartare per non servirsi più di quelle che l’uso quotidiano adopera con maggiore frequenza, le più marce, come: sublime, dovere, tradizione, abnegazione, umiltà, anima, pudore, cuore, eroismo, sentimento, pietà, sacrificio, rassegnazione. Imparai a leggere i libri in un altro modo.” (pp. 134-135)…»
 
Così, la tua ispirata, puntuale esegesi non è solo scienza narrativa o distinguo stilistico (la famosa critica stilistica cara a Spitzer e Vossler e Contini, che tanto ci prendeva, ancora negli anni ’70 – dopo il disgelo e tanti tetri o inamidati anni di temprato realismo lukácsiano!, o peggio del formalismo imperante del c.d. Circolo di Praga: per non parlare di tanto strutturalismo o semiologia in voga con Segre, Corti, Eco e dintorni), ma arguzia psicologica (la psicocritica cara al nostro Giacomo Debenedetti e ovviamente Bonaparte, Jones…), sapienza antropologica (appassionati imprestiti della socio-stilistica di Auerbach – ma anche degli studi etnografici di Ernesto De Martino & Company, col suo Mondo magico e le sue ricerche insieme sul Furore, simbolo, valore)…
Una piccola vetta del tuo scritto, ad esempio, è proprio il capitolo sulla METAFORA DEI CAPELLI – dove riesci felicemente a raccontare, trasporre attraverso il tipo la qualità e l’attitudine delle chiome anche la precisazione, la giustapposizione che Goliarda vi fa dei caratteri, perfino dei destini stessi dei personaggi…
 
«… Anche Modesta avrà la testa rapata a seguito della ferita, anche lei avrà i capelli corti, simbolo della sua rinascita: “lasciarli crescere di nuovo? In pochi anni potei riavere le trecce alle quali tanto tenevo da bambina. La nostalgia di quelle trecce sempre minacciate dalle forbici del convento mi spinse a rivederle… Eccole lì, lunghe, folte di un colore così vivo che per poco il cuore trasale dalla paura nel toccarle. Ma appena prese in mano, un disgusto per quella parte di me morta me le fa scaraventare nel cestino. Non si torna indietro”.
La metafora dei capelli si arricchisce del significato dell’atto di afferrare.
Nel periodo trascorso in convento, i capelli di Modesta diventano lentamente il simbolo di una rinata voglia di vivere e di libertà: “Afferrati pei capelli e tira su l’animo” (p. 33), è l’invito a tirare dritto, ad agguantare la propria vita e a non scoraggiarsi. …»
 
Mi piace quando e quanto appunto dalla mera analisi dei capelli tu riesca addirittura a ritagliare, a sublimare l’altro grande tema del libro: la sensualità di una nuova donna moderna, alfiera di libertà (e non c’è Libertà maiuscola senza Giustizia con la maiuscola, politica e sociale – prima ancora, o nello stesso tempo, che intima, umana, introiettata)…
 
«… I capelli costituiscono uno dei principali poteri di seduzione e di fascino per la donna, l’espressione della sua femminilità e della sua attrattiva sessuale: se i capelli sono mostrati o nascosti, annodati o sciolti è frequentemente segno del dono o della riservatezza di una donna. Spesso simbolo di tenerezza, i capelli lo sono dunque anche di momenti sensuali: “La testa nel cavo fra il collo e le spalle, i capelli leggeri mi sfioravano il mento, la mano appoggiata sul mio seno…” (con Beatrice p. 186). “La bellezza del cielo è nelle stelle, la bellezza della donna è nelle sue chiome”, dice un proverbio italiano.
La consistenza dei capelli corrisponde ai diversi spessori dei caratteri dei protagonisti: se i capelli sono leggeri il carattere del personaggio è tenero, se sono duri, forti sono i protagonisti che li posseggono. Carmine è un uomo del Sud, forte, e quindi i suoi riccioli non possono essere che consistenti. …»

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Cara Faustina, si è parlato di tanto scrittori – perfino della Morante (Scarpa cita il caso de La storia), ma nessuno, neanche quest’affettuoso e illuminato esegeta ha citato il libro, credo, per paradosso più consanguineo a L’arte della gioia, e cioè quel Menzogna e sortilegio (1948) che davvero e anch’esso (mutatis mutandis) oscilla tra imponente, godibile romanzone ottocentesco e l’inesauribile, maestoso e fluente referto onirico, la fabula frammentata ma perfettamente composita di una definitiva anàmnesi anzitutto del cuore:
 
«… Tale, certo, è la volontà dei miei. Riconosco infatti, nell’insistente bisbiglio che ascolto, le loro molteplici voci, e questo libro m’è dettato, in realtà, da essi. Son essi che, in cerchio attorno a me, bisbigliano. S’io levo le pupille, dileguano; ma se, usando un poco d’astuzia, sogguardo appena intorno senza farmi scorgere, distinguo le loro figure strane e incerte; e vedo, nella sostanza trasparente dei loro volti, il movimento febbrile e ininterrotto delle loro lingue sottili. Tale è la fonte della storia che m’accingo a narrarvi. La quale non tratta di gente illustre: soltanto d’una povera famiglia borghese; ma in compenso, per quanto bizzarra possa apparirvi qua e là, è veritiera dal principio alla fine. …»
 
Dove la Fantasia non resti insomma mero, arioso e policromo espediente, o comunque un librato, intessuto arazzo narrativo, ma valga, agisca quale enzima nobile, vitamina probante, privilegiata, accelerata e vorticosa dell’intera intrecciata struttura emotiva. Come anche e molto avveniva con quel capolavoro (per allora) inopinato, indimenticabile della grande Morante:
 
«… Invece, in seguito, ebbi dei sentimenti e dei sogni dai quali intesi che tu m’aspettavi ancora, caparbia, nonostante la lettera, e vivevi solo per aspettarmi. Ora, sapendo una tal cosa, io giorno e notte ho pietà di te e questa pietà m’è insopportabile perché non t’amo più, io. La pietà verso chi si ama è un sentimento così buono, delizioso ch’io darei volentieri tutti gli altri piaceri in cambio. Veramente, io m’accorgo d’amare una persona quando mi piace d’aver pietà di lei e, come tu sai, provoco in mille modi questa pietà verso di lei, per accorgermi sempre più di quanto la amo. Invece la pietà verso chi non m’appartiene e non è mio, insomma verso chi non amo, è così odiosa, tormentosa, proprio un sentimento da anime nere, da preti! …»
 
E diamo ora all’unisono un colpo d’occhio, riviviamo la cadenza quasi melica, onirica e visionaria della trasfigurazione realistica, del favoloso (ma anche ed egualmente abraso, a tratti davvero angustiato) incedere romanzesco della fervida e pervicace musa Goliarda Speranza… Basterebbe questa rapida sequela da cantastorie siculo, da commossa e un po’ melodrammatica litania popolare, di alcuni sparsi capitoli del suo bel romanzo:
 
«… Trascinavo un pezzo di legno… Le carezze di Tuzzu… Un uomo alto e robusto… Tagliata a pezzi come l’agnello… Mimmo, il giardiniere… Una carrozza senza cavalli… In sella con Carmine… Carmine mi prende… Arrivo al mare… Imparo a nuotare… Morte di Carlo e vendetta di Modesta… Mattia mi spara… Pazzia di Beatrice… Non si torna indietro… Joyce parla della Turchia… Joyce mi rivela un mondo nuovo… I ragazzi di villa Suvarita fanno il teatro… ’Ntoni, l’attore… Gelosia per Prando… Stella muore nel dare alla luce Carluzzu… L’anarchica Nina… Con Nina al confino… Cade il fascismo, veniamo liberate… Crisi di ’Ntoni… Carluzzu canta…»
 
Ma poco m’interessa, ora come ora, periziare un albero genealogico ottocentesco, una minuziosa mappatura storiografica o andando ancora avanti, la trama insomma delle esimie ascendenze novecentesche… La Morante e la Ortese, Anna Banti e Natalia Ginzburg, Fausta Cialente o la dimenticata, palermitana Livia De Stefani (autrice di ottimi libri come La vigna di uve nere o La signora di Cariddi)… Rimane la consimile mappatura romanzesco visionaria anche della Morante, del suo riassumere e argomentare la vita tra Menzogna e sortilegio… (Ecco infatti, ad utile conferma, una messe di titoli di quel capolavoro – quelli della Parte quinta, Inverno):
 
«… I. Il butterato ha nuove sfortune in amore… Una patrizia si umilia… Breve e trascurabile apparizione d’una finta monaca… II. Una signora di mio gusto… III. S’incomincia con una vistosa lode di Elisa… Di nuovo la medesima signora del capitolo precedente… Una serata all’Opera… L’ambulante e il brutto Caboni… IV. Un ritrovo mal frequentato… Il butterato si vanta e un carrettiere racconta un’assurdità infernale… V. Amare visite e amara strage …»
 
La tua analisi è preziosa, cara Faustina perché hai il coraggio intanto di ritagliarti alcuni temi essenziali, alcune nuances fervorose e basilari: e con queste dare estro e sintesi, fiorire di gusto e desiderio, eterno consanguineo Intelletto d’Amore…
Quell’ultima immagine – maschile e assoluta – del Profeta di scoglio e mare, la dice lunga. (Oltretutto, se mare è etimologicamente maschile, l’acqua, vorrei dire è femminile)…
 
«… Ora, giunta alla maturità, Modesta tocca con mano lo scoglio a lungo sperato con timore: è nel possesso della gioia piena dei sensi e della mente. Un miraggio rivelato che si riveste di pace profonda, di maturità, di intelligenza del corpo e della mente. Attraverso il richiamo alla natura, i capelli sono associati al destino e alla forza vitale. …»
 
Ma tanto ancora ci sarebbe da dire, e più avanti ancora lo dirò.
Ricevi per ora, assieme ai miei più sinceri complimenti, l’auguri caro e il ricordo affettuoso del tuo

Plinio Perilli

(Roma, 5 aprile 2012)
 


Lettera a Fausta
 
Carissima Fausta, ieri notte, non riuscendo a prendere sonno, ho preso in mano il tuo libro su Goliarda Sapienza, e, attratta dalla ricchezza delle testimonianze e delle notizie, e dalla novità delle tue straordinarie intuizioni, non sono riuscita a metterlo da parte, così che, una volta finito, mi sono accorta che era l’alba.
Goliarda Sapienza è ancora, in Italia, una scrittrice di nicchia: io stessa l’ho conosciuta da poco, perché mi è stata consigliata dall’amica e poeta palermitana Daita Martinez, che, nel parlarmi di lei in maniera entusiasta, si è dimostrata certa che ne sarei rimasta abbagliata, sapendo bene quanto mi piacciano le scritture irregolari.
Un altro scrittore poco conosciuto è Stefano D’Arrigo, per esempio, anche lui, come Sapienza, inventore di un linguaggio tumultuoso, affatto comune, forse anche esagerato, ma di una liricità indiscutibile.
Così come lirica è la narrazione debordante, fluvialmente impetuosa, talvolta anche caotica, di Goliarda Sapienza, che nel romanzo “L’arte della gioia” trasmette un’energia interiore, una forza ed indipendenza di pensiero eccezionali.
Tu stessa ed i tuoi amici avete abbondantemente sottolineato queste qualità della scrittura e della personalità di una scrittrice come Goliarda Sapienza, così fuori del coro e, dunque, poco amata dagli editori, che rifiutavano di pubblicarne il romanzo per motivi non soltanto economici, ma direi anche per una “misoginia” di fondo, visto che l’autrice era una persona dal percorso biografico particolare e metteva in campo, nel suo romanzo, fatti, opinioni e scelte sessuali che senza dubbio dovettero apparire pericolosi ed amorali.
Di fatto, per apprezzarla, bisogna accostarsi all’opera di Goliarda Sapienza con perfetta libertà mentale, la stessa che mi sembra appartenga abbondantemente alla tua intellettualità di lettrice e scrittrice.
Soltanto allora, come scrive il prefatore Paolo Ruffilli, si dovrà ammettere di essere di fronte “a uno dei libri capitali della letteratura non solo italiana ma europea del Novecento”, e che, come ammette nella post-fazione Plinio Perilli, “davvero ti prende e ti scombussola”.
Ma, secondo me, il pregio autentico di questo tuo lavoro sta nella bellissima intuizione secondo la quale i capelli costituiscono per Goliarda Sapienza una sorta di lente d’ingrandimento attraverso la quale leggere la personalità dei vari personaggi.
Benché sia tornata più di una volta su certi passaggi particolarmente amati del romanzo, non ci avevo mai fatto caso; ma, rileggendo adesso, una dietro l’altra, le tante citazioni che fai per dimostrare la tua tesi, me ne sono convinta.
Si può, insomma, affermare che i capelli costituiscano per Goliarda quella che Cristina Campo definì “l’eletta figura”, l’immagine chiave che torna e ritorna, la più rappresentata, quella che la scrittrice declina duttilmente e sapientemente.
Un altro aspetto, direi curioso, del tuo libro è l’inserimento di numerose digressioni, come quella su Artemide, per esempio, e di brani di altri autori, come Baudelaire e Ida Magli, che sembrano svolgere la funzione di conferma ed ampliamento delle tue tesi.
E così questo tuo libricino finisce con il somigliare al libro preso in esame, ricordandone la passione, il movimento complesso e spesso sorprendente. Magari tutto questo è accaduto perché hai aderito così tanto allo stile di Goliarda da imitarlo in qualche modo; ma anche questo processo d’identificazione è molto interessante e gradevole.
D’altra parte ogni lettore si crea i suoi miti in base anche all’inclinazione caratteriale, ai propri rispecchiamenti. E, probabilmente tu in qualche modo ti sei specchiata in Goliarda Sapienza ritrovando in lei aspetti della personalità che già hai o che vorresti avere.

Franca

3 agosto 2016
 

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